Vedere un figlio giovane adulto in difficoltà davanti alle sfide della vita rappresenta una delle esperienze più complesse per un genitore. Quella fase delicata tra i 18 e i 30 anni, che gli psicologi dello sviluppo definiscono “età adulta emergente”, porta con sé trasformazioni profonde: il passaggio all’università , l’ingresso nel mondo del lavoro, la ricerca di autonomia abitativa ed economica, la costruzione di relazioni sentimentali significative. Quando questi cambiamenti generano ansia paralizzante, blocchi emotivi o comportamenti regressivi, i genitori si trovano sospesi in un limbo difficile da gestire: da un lato vorrebbero proteggere, dall’altro sanno che dovrebbero favorire l’indipendenza.
Comprendere la regressione: un meccanismo di difesa naturale
La regressione comportamentale nei giovani adulti non è necessariamente un segnale di fallimento. Secondo gli studi di Jeffrey Arnett, psicologo dello sviluppo che ha proposto il costrutto di età adulta emergente, questo periodo è caratterizzato da un’instabilità identitaria e da una transizione prolungata verso i ruoli adulti, che comporta esplorazioni e oscillazioni nelle scelte di vita. Quando un figlio ventenne torna a comportarsi come un adolescente – evitando responsabilità , cercando costante rassicurazione o regredendo in abitudini infantili – può attivare un meccanismo di difesa regressivo di fronte a uno stress percepito come eccessivo, un fenomeno descritto dalla tradizione psicoanalitica come ritorno a modalità di funzionamento precedenti in situazioni di forte pressione.
Riconoscere questa dinamica permette ai genitori di evitare due trappole opposte ma ugualmente dannose: colpevolizzare il figlio considerandolo “immaturo” o “pigro”, oppure assecondare completamente la regressione ricreando una dipendenza ormai superata.
Il paradosso del sostegno: presenza senza sostituzione
La sfida principale consiste nel praticare quella che molte ricerche in psicologia dello sviluppo definiscono “autonomia supportata”, cioè una combinazione di sostegno emotivo e promozione dell’indipendenza, associata a migliori esiti di adattamento in adolescenza e prima età adulta. La psicologa e psicoterapeuta dell’età evolutiva Lisa Damour descrive nelle sue opere come la funzione genitoriale, nell’adolescenza e nella giovinezza, debba progressivamente passare dal risolvere problemi al sostenere la capacità del giovane di affrontarli, mantenendo una base sicura ma non sostitutiva. Questo approccio richiede una trasformazione radicale del ruolo genitoriale: da risolutori di problemi a facilitatori di processi.
Concretamente, questo significa ascoltare senza immediatamente proporre soluzioni, dando spazio all’elaborazione emotiva. Gli studi sull’alleanza genitore-figlio mostrano che l’ascolto empatico e non giudicante è associato a minori sintomi ansiosi e depressivi nei giovani. Significa anche porre domande aperte che stimolino la riflessione autonoma: “Cosa pensi potrebbe aiutarti in questa situazione?” invece di “Devi fare così”. Normalizzare le difficoltà senza minimizzarle risulta altrettanto fondamentale: “È comprensibile che tu ti senta sopraffatto, molte persone attraversano momenti simili”. La normalizzazione dello stress in fasi di transizione è riconosciuta come fattore protettivo rispetto alla vergogna e all’evitamento dell’aiuto. Infine, stabilire confini chiari rispetto al supporto economico ed emotivo, comunicando aspettative realistiche, si rivela essenziale. Lo stile genitoriale autorevole, caldo ma con limiti chiari, è associato a migliori esiti di adattamento rispetto a stili autoritari o permissivi anche nei giovani adulti.
Riconoscere quando l’ansia diventa patologica
Non tutte le difficoltà di adattamento rientrano nella normale turbolenza evolutiva. Gli studi epidemiologici internazionali indicano che i disturbi d’ansia raggiungono picchi di prevalenza proprio nella tarda adolescenza e nella prima età adulta, con un esordio medio tra i 15 e i 25 anni. In Italia, ricerche condotte in ambito universitario mostrano una prevalenza elevata di sintomi d’ansia nella fascia 18-24 anni. È fondamentale che i genitori sappiano distinguere lo stress adattivo da segnali che richiedono intervento specialistico.
L’evitamento persistente di situazioni fondamentali rappresenta un primo campanello d’allarme, come rifiutarsi di sostenere esami o lasciare il lavoro ripetutamente. L’evitamento stabile di contesti significativi è un criterio centrale nei disturbi d’ansia, in particolare nel disturbo d’ansia sociale e nel disturbo di panico con agorafobia. Anche attacchi di panico frequenti o sintomi fisici invalidanti senza cause mediche dovrebbero attirare l’attenzione. L’isolamento sociale progressivo per più di tre mesi è associato a un aumento del rischio di depressione e ansia nei giovani adulti, così come le alterazioni significative del sonno o dell’alimentazione. I disturbi del sonno sono fortemente correlati a disturbi d’ansia e depressivi in età giovanile. Infine, i pensieri ricorrenti di inadeguatezza o autolesionismo richiedono sempre una valutazione specialistica tempestiva.

Proporre un percorso terapeutico non significa etichettare il figlio come “malato”, ma riconoscere che alcune difficoltà beneficiano di strumenti specialistici che vanno oltre le risorse familiari. La terapia cognitivo-comportamentale è considerata trattamento di prima scelta per molti disturbi d’ansia nei giovani adulti.
Costruire resilienza attraverso micro-successi
La psicologia motivazionale ha mostrato in modo esteso che il senso di autoefficacia si costruisce principalmente attraverso esperienze di successo personale, anche piccole, come descritto da Albert Bandura. Tali esperienze contribuiscono alla percezione di poter esercitare un’influenza sui propri obiettivi e sono collegate a una maggiore resilienza di fronte alle difficoltà . I genitori possono facilitare questo processo aiutando i figli a identificare obiettivi graduali e raggiungibili, celebrando progressi che potrebbero sembrare minimi ma rappresentano conquiste significative nel percorso verso l’autonomia.
Un giovane bloccato davanti alla ricerca del lavoro potrebbe iniziare semplicemente aggiornando il curriculum, poi inviando una candidatura a settimana, costruendo progressivamente tolleranza alla frustrazione e competenza nell’affrontare i rifiuti. L’impostazione per piccoli passi è coerente con gli interventi di attivazione comportamentale e con i programmi di orientamento professionale basati su obiettivi incrementali. Il ruolo genitoriale diventa quello di testimone e validatore di questi passi incrementali, non di giudice del risultato finale.
Gestire la propria ansia genitoriale
Uno degli aspetti meno discussi riguarda l’ansia dei genitori stessi di fronte alle difficoltà dei figli. Gli studi sulla trasmissione intergenerazionale dell’ansia mostrano che la disregolazione emotiva dei genitori e uno stile iperprotettivo possono aumentare la vulnerabilità ansiosa nei figli. La proiezione delle proprie paure – sul futuro economico, sulla stabilità lavorativa, sulla realizzazione personale – può amplificare la pressione sui giovani adulti, creando un circolo in cui l’ansia genitoriale e quella filiale si rinforzano reciprocamente.
Lavorare sulla propria regolazione emotiva diventa quindi un atto di cura verso i figli. Questo può includere riconoscere quali aspettative derivino da modelli sociali ormai obsoleti: numerosi studi socio-demografici documentano che il raggiungimento di tappe come la conclusione degli studi, l’uscita dalla casa dei genitori e la formazione di una famiglia è oggi mediamente più tardivo rispetto alle generazioni precedenti. Accettare tempi di sviluppo individuali diversi da quelli immaginati diventa essenziale, così come cercare supporto in gruppi di genitori o, quando necessario, in percorsi terapeutici personali. La partecipazione dei genitori a interventi psicologici è associata a una riduzione dei livelli di stress genitoriale e a interazioni più funzionali con i figli.
Il valore della narrazione familiare
Condividere storie di difficoltà superate, proprie o di altri membri della famiglia, aiuta i giovani adulti a contestualizzare le loro fatiche dentro una narrativa più ampia di crescita e trasformazione. Le ricerche sulla narrazione familiare indicano che una storia familiare coesa, che integra successi e fallimenti, è associata a maggiore resilienza nei figli. Questo non significa banalizzare con frasi come “anche io alla tua età ”, ma offrire modelli di vulnerabilità affrontata che umanizzano il processo di diventare adulti, mostrandolo nella sua reale complessità piuttosto che nell’idealizzazione del successo immediato.
Affrontare le difficoltà dei figli giovani adulti richiede ai genitori di evolvere il proprio ruolo, accettando l’incertezza e resistendo alla tentazione di controllo che nasce dall’amore. Gli studi sulla transizione alla vita adulta evidenziano che il sostegno percepito, unito al rispetto dell’autonomia, è associato a un migliore benessere psicologico nei giovani. Il sostegno più profondo passa attraverso la fiducia nelle risorse del figlio, anche quando queste sembrano temporaneamente inaccessibili, e nella disponibilità a rimanere presenti senza invadere quello spazio di scoperta faticosa ma necessaria che caratterizza il cammino verso un’identità adulta autentica.
Indice dei contenuti
